Intervista a Sergio Comini | AML 21.01.2021

Condividiamo con voi l’intervista a Sergio Comini, ex impiegato di banca, partecipante della Scuola di Lettura e Scrittura “Pierluigi Cappello”, condotta dalla nostra Associazione.

Devi organizzare una cena letteraria. Quali scrittori, viventi o del passato, inviteresti?

Penso che non inviterei nessun scrittore. Dobbiamo riprendere in mano i libri, per recuperare il vero senso della letteratura, che sta nei testi che gli scrittori scrivono. E spesso e volentieri scopriamo che i testi non li conosciamo. Per esempio, si pensa che Moby Dick parli della caccia alla balena, mentre chi lo legge con attenzione, ritornando sulle parole di Melville, capisce che è ben altro.

Vale lo stesso per Don Chisciotte, o Delitto e Castigo, che non è solo un giallo. La gente vuole i gialli perché il finale li conforta. Ma libri come Delitto e Castigo o I fratelli Karamazov non confortano, lacerano. Creano una ferita profonda dentro di te. Ed è la letteratura che crea ferite quella che conta. Ecco perché bisogna leggere i libri con gli occhi, lentamente. E ritornare indietro. Leggere e rileggere i testi.

Cosa intendi con “è la letteratura che crea ferite quella che conta”?

Ricorro al mio assioma preferito, una frase di Franz Kafka: “Il libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”, cioè l’indifferenza. Se non lo fa, se racconta solo storielle, non serve a niente. Ecco perché leggo, per esempio, Moby Dick: per tutto quello che c’è tra “Chiamatemi Ismaele” e la fine del libro. È questo che mi interessa, quello che potrebbe lacerarmi.


Cosa significa per te “avvicinarsi a una luce attraverso i testi”, tema che ci siamo posti sin dalla prima lezione?

Ci sono persone che dicono meglio di noi ciò che pensiamo. Cito Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.” È attraverso questa ferita che potremo vedere la luce e rinascere.

Soltanto le esperienze forti, decisive, ci possono indicare qual è la vera luce, di cui siamo alla perenne ricerca. La vera luce si raggiunge dopo un lungo viaggio, e la lettura ci aiuta in questo viaggio. Bisognerebbe sempre avere dei libri nello zaino – in senso metaforico – perché sono delle mappe che ci aiutano a camminare.


Com’è nata la tua passione per la letteratura?

Sono strani i modi in cui uno si appassiona alle parole scritte. Vengo da una famiglia operaia, a casa c’era un solo libro: Sarò madre, che mia mamma custodiva gelosamente nel cassettone sotto la biancheria. Però i genitori, in quegli anni, avevano questa voglia di dare ai propri figli quello che a loro era mancato.

I miei mi comperavano le favole. A sei anni mi comprarono Il gatto con gli stivali e altre favole, che ho ancora. Inoltre, alla Fiat, dove lavorava mio papà, facevano dei regali per Santa Lucia, e nel pacco regalo c’era sempre un libro. Ricordo che mi regalarono Peter Pan, edizioni Fabbri, che ho riletto tantissime volte, finché non ho potuto comprarmi i libri da solo. Quando ebbi dodici, tredici anni i miei mi mandarono al mare, e io trovai questo baracchino dove vendevano libri di seconda mano, e comprai Delitto e Castigo e altri testi. Passai estati favolose leggendo Dostoevskij. E così è nato il mio gusto letterario. Un gusto che, col tempo, è diventato sempre più selettivo. Negli anni ’60, quando avevo sette, otto anni, c’era anche un altro grande strumento di cultura, che era la televisione. Trasmettevano gli sceneggiati tratti dai libri, come I fratelli Karamazov o David Copperfield. Me li ricordo ancora tutti, era quello che si guardava.


Quali libri non ti stanchi mai di rileggere, e che cosa hanno in comune?

Ho riletto tante volte Kafka, Melville, Cervantes. Ho riletto quattro o cinque volte L’isola del tesoro di Stevenson e Cuore di tenebra di Conrad, o Michael Kohlhaas di von Kleist.

Il tratto in comune è quello che citavo prima, far emergere la ferita.

Per scrivere bene bisogna aver notato qualcosa, vissuto qualcosa. Ma noi ormai nuotiamo in acque limpide, e per questo non ne siamo più capaci.

Quando tu vedi il vaporetto di Marlow che risale il fiume Congo, e lui dice “ero nel cuore della tenebra”, chiediti cos’è il cuore della tenebra; non sono solo tre parole. La tenebra è quello che hai dentro, è la tua tenebra. Trovo che la letteratura sia come una porta: la apri e ti immetti in un mondo selvaggio, oppure la chiudi, e allora vivi un’avventura introspettiva. Quando ho bisogno di esplorare territori selvaggi leggo dei detective di Roberto Bolaño, quando ho bisogno di guardarmi dentro mi rivolgo a Dostoevskij o Conrad, e quando voglio andare verso gli altri rileggo L’isola del tesoro.

In cosa può aiutare, secondo te, una scuola di lettura e scrittura?

La nostra Scuola è anomala, e in questa anomalia sta la sua bellezza. Non c’è la presunzione di diventare scrittori. Scrivere è faticoso, il lavoro dello scrittore è un lavoro duro, di limatura. Come Michelangelo: hai davanti un pezzo di marmo e non devi far altro che togliere e togliere. La nostra è anche una scuola di lettura, che ti porta per mano a conoscere la letteratura facendoti leggere i testi. Questo è fondamentale. Leggendo e rileggendo è possibile fare quell’analisi critica che ti permette di separare ciò che è buono da ciò che non lo è. Si impara a pensare. Uscito da un incontro, non sei mai uguale a com’eri in precedenza. L’ultima volta è stato detto che solo leggendo tanto si può, per imitazione, riuscire a scrivere a propria volta. Io, quando leggo uno scrittore degno di essere chiamato tale, scopro, infatti, che ha letto tanto. Lo capisco dai riferimenti che inserisce, da come mette giù un pensiero. La scuola aiuta a vedere queste cose.

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