Il Territorio di Flannery

Esce in Italia la prima biografia della O'Connor, la scrittrice americana che dentro le atmosfere del sud degli Stati Uniti ha raccontato il mistero dell'uomo

Il lavoro è stato curato dalla ricercatrice bresciana Fernanda Rossini: «Una personalità affascinante, geniale e pungente»



«Posso considerare, con un occhio guercio, tutto questo una benedizione».

Accompagnato da queste sue parole nel 2014 il nome di Flannery O'Connor è stato inciso nell'American Poets Corner nella cattedrale di St John The Divine a New York fra i grandi della letteratura americana accanto a Herman Melville, Emily Dickinson, Mark Twain, Ernst Hemingway e William Faulkner. Per quanto ancora relativamente poco conosciuta in Italia (la prima edizione italiana dei suoi racconti risale al 1990 a oltre 25 anni dalla sua morte) Flannery O'Connor è una scrittrice straordinaria nella cui opera il comico, il grottesco e il drammatico si mescolano continuamente dando vita a qualcosa di unico. In realtà non ha scritto molto, solo due romanzi e due raccolte di racconti, stroncata a soli 39 anni dal lupus ereditato dal padre che era morto quando lei aveva 15 anni della stessa malattia. Su di lei adesso è stata pubblicata in Italia da edizioni Ares la prima biografia curata da Fernanda Rossini. Bresciana, insegnante, saggista e traduttrice, sta conducendo una ricerca dottorale sulla scrittrice americana all'Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera. Il libro, come sottolinea nell'introduzione lo scrittore Daniele Mencarelli, «investiga le pieghe della vita intensa» di Flannery O'Connor offrendo al lettore squarci del tutto inediti in Italia su questa scrittrice nata da genitori di origini irlandesi, cresciuta in Georgia nel sud degli Stati Uniti, nel cuore della cosiddetta Bible Belt protestante, lei profondamente cattolica.


Da lì non si sposterà, se non per brevi periodi, anche a causa delle sue condizioni di salute, facendo della sua fattoria Andalusia, nella quale viveva con la madre Regina allevando galline, oche e soprattutto pavoni, il suo quartier generale. Lì prenderanno forma tutti i suoi racconti. Ha sempre rifiutato ogni tentativo di includerla in una categoria. «L'unica cosa che mi ha impedito di essere una scrittrice regionale - dirà - è l'essere cattolica e l'unica cosa che mi ha impedito


di essere una scrittrice cattolica (in senso stretto) è l'essere una scrittrice del Sud». Nel suo breve percorso vita e opera non viaggiano su due binari paralleli. Normalmente, osserva Mencarelli, l'autore «è un creatore che procede per astrazioni, scollegato dal proprio vissuto». In questo caso avviene esattamente l'opposto. La O'Connor è pronta «a gettare lo sguardo dentro ogni territorio del vivere, per quanto impervio e doloroso». Questo è da subito evidente nella sua opera e il primo approccio ai suoi racconti può risultare spesso sconcertante proprio per tale motivo. La sua narrazione è tutta ambientata nel sud degli Stati Uniti; i suoi personaggi ne sono l'espressione più chiara e singolare, quasi feroce, ma attraverso questa realtà l'obiettivo è guidare il lettore al «mistery» della vita come lei lo definisce. «Il problema peculiare di uno scrittore di racconti - spiegava - è come rendere l'azione che descrive capace di rivelare il più possibile del mistero dell'esistenza. Deve farlo mostrandolo, non dicendolo, non dicendolo e solo mostrando il concreto». Nel suo primo romanzo «La saggezza nel sangue», pubblicato nel 1952, c'è già tutto questo. Un romanzo «interamente incentrato sulla redenzione» dove, sottolinea Rossini, emerge come per la scrittrice «la fede sia il dramma dell'uomo che si affida a Dio». Il dramma è incarnato dal protagonista Hazel Motes che «sicuro della capacità dell'uomo di crearsi i propri idoli e il proprio credo, finirà per convertirsi alla più radicale imitazione di Cristo, riuscendo a "vedere" solo dopo essersi accecato». L'accoglienza del suo primo romanzo non fu immediata. Anzi, proprio dal suo ambiente arrivarono le stroncature più forti, ma c'è anche chi ne seppe cogliere la ricerca di senso «totalmente drammatica e drammaticamente profonda» di cui è impregnato.


Nel 1979 il registra John Huston ne farà anche un film. È solo l'inizio, sarà un susseguirsi di storie nelle quali, osserva Rossini, «Flannery non intende manipolare la realtà, non la rielabora artisticamente "nell'interesse di astratte verità", ma mostra come il diavolo, che "compie una grande quantità di lavoro preparatorio affinché la grazia sia efficace", sia una presenza reale e come l'insensibilità dell'uomo moderno, novello Adamo, non sia più in grado di riconoscerlo». Dio e il diavolo, il peccato e la grazia. Una grazia che talvolta può anche frantumare l'esistenza terrena, passando attraverso la violenza per rendersi evidente. L'uomo spesso considera il mistero della vita come un problema da risolvere o da ignorare, anziché come una verità da accogliere. Un contrasto che si coglie chiaramente nell'altro romanzo di Flannery O'Connor «Il cielo è dei violenti», fra l'illuminismo di Rayber e il profetismo del vecchio Mason Tarwater di fronte ai quali il giovane nipote Francis vive la sua lotta interiore. L'uso del grottesco è uno strumento che serve a far emergere il carattere di questa lotta. Perché distorcere, spiega Rossini, «non è alterare il mero "realismo dei fatti", ma creare un'immagine che connetta la realtà dei fatti, lo spazio e il tempo dell'uomo contemporaneo con il mistero dell'esistenza».


Piergiorgio Chiarini, Bresciaoggi, 07.03.2021


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